sabato 5 dicembre 2009

Life is a Journey (parte seconda)

Jakarta…. Che dire…. del mio tour asiatico Jakarta è stata la tappa che più di tutte non mi è piaciuta e sicuramente una città dove non metterò mai più piede, ci ho speso 2 giorni e 2 notti tra passeggiate in città e dosi smodate di disinfettanti vari ma, andiamo con ordine.
Le cose sono iniziate subito malino quando l’aereo che partiva da Bali ci ha comunicato che avrebbe avuto un ritardo di 1 oretta, in molti si sono lamentati ma non io, d’altronde noi abbiamo l’Alitalia quindi non possiamo parlare se qualche altra compagnia fa solo 1 ora di ritardo...
Un’altro bel momentino è stato quando salendo sull’aereo, l’ho trovato completamente avvolto dal fumo che in realtà era condensa dell’aria condizionata, la prima impressione comunque non è stata il Massimo ed una bambina ha anche iniziato a piangere suscitando l’ilarità di suo fratello che la prendeva in giro dicendole in inglese che saremmo caduti a metà strada, simpatico no?
Arrivato nella capitale Indonesiana, ho preso un bus per il centro e una volta lì un taxi per la mia Guest House che si è rivelata essere una perla nel mezzo della m***a, nel vero senso della parola visto che lungo tutta la città fanno bella mostra di se moltissime fogne a cielo aperto ed i ratti agli angoli delle strade ti chiedono se hai da accendere.

[uno degli scorci più presentabili della città]

La mattina presto, mi sono incamminato in dirzione del cbd,
scoprendo così la vera architettura di questa città che è composta da vere e proprie Bidonville attraversate da lunghe ma sconnesse strade sulle quail sfrecciano Mercedes, ferrari e bmw dirette verso gli enormi grattacieli del potere che sorgono alla fine della via.
Non ho potuto fare a meno di notare anche che ovunque ci fossero stati più di 2 turisti bianchi ad esempio centri commerciali, hotel o ristoranti fashion, c’erano per lo meno 10 poliziotti armati di mitragliatrice e giubbotto antiproiettile e la cosa più che rassicurarmi un pò mi ha messo timore

che aumentava esponenzialmente quando entravo nel campo visivo di qualche gruppo di indigeni che subito mi fissavano fisso e non smettevano di farlo fino a che non giravo l’angolo, immaginatevi la scena, 15 homeless seduti sul marciapiede che appena ti vedono passare ti guardano standosene zitti(30 occhi puntati addosso) e fino a che non sei uscito dal loro campo visivo continuano a farlo, senza mai proferir parola, roba che vi assicuro inquieta non poco.
Ho finito il giro turistico in bellezza a sera inoltrata mangiando in un ristorante indonesiano e la mattina verso mezzogiorno sono volato via, direzione Singapore che al contrario di Jakarta ha confermato in pieno la mia prima positiva impressione avuta nel viaggio di andata, nonostante il fatto che vi abbia speso solamente 1 notte, sono però sicuro che in futuro ci tornerò perchè voglio dedicarvi almeno una settimana piena, secondo me infatti come città, come abitanti e come cultura, merita 1.000.000 di volte più dell’Indonesia a partire dal fatto che il traffico è ordinato e nessuno usa l’odiato clacson così tanto per...
La mattina seguente comunque, un treno malese mi attendeva per accompagnarmi a Kuala Lumpur, capitale della Malesia ma, questa sarà un’altra storia…

[C'è stato un tempo in cui ho vissuto ad ali spiegate, lanciato negli spazi azzurri che sovrastano questa curva superficie.
Ora, privo di supporti alari, cerco di minimizzare l'impatto mentre precipito, in questo ultimo volo, cieco, nella coltre di nebbia del cazzo.
It's hard to come back.]cit

E chi non viene sul blog è un’indonesiano…

mercoledì 25 novembre 2009

Life is a Journey (parte prima)

Pillola azzurra, fine della storia, domani ti sveglierai in camera tua e crederai a quello che vorrai.
Pillola rossa, resti nel paese delle meraviglie e vedrai quanto è profonda la tana del bianconiglio...


Ok, chi mi conosce di persona lo sa già perciò è venuto il tempo di confessare anche a voi miei fedeli lettori che vi ho mentito, sopratutto nei miei ultimi post.
Vi avevo infatti detto che mi apprestavo ad iniziare un nuovo lavoro (e questo è vero) che mi avrebbe permesso di vivere a Sydney fino a dopo capodanno ma la verità è che chi vi scrive ha lavorato nella ditta di allestimenti per 10 giorni perchè martedì 13 ottobre 2009 ha lasciato la terra dei canguri per tornarsene a casa, questo non senza un senso di tristezza nel cuore. Quando l'aereo stava x decollare, il mio desiderio era un misto tra il desiderio di rivedere i miei amici e quello di saltar giù, un’idea accompagnata da 1000 flashback, 1000 ricordi dei favolosi mesi appena trascorsi, dei 1000 volti incontrati.
Quando però l'aereo si è effettivamente staccato dal suolo, non ho fatto nulla, me ne sono stato a fissare dal finestrino quella terra che lentamente si allontanava da me, con il mio fido ipod ben piantato nelle orecchie, ero nuovamente in volo.
Il piano di rientro comunque era ormai stato progettato da tempo e non si poteva più tornare indietro, questo già da quando poco dopo pasqua avevo comprato i biglietti che mi hanno permesso di essere dove sono ora.
Biglietti? Si biglietti, al plurale perchè naturalmente dopo un viaggio del genere, a zonzo per l’Australia a bordo di van, bus, macchine, aerei, treni, a piedi ed in bicicletta, non potevo limitarmi a tornarmene dritto dritto alla mia bella Verona, ho così compiuto varie tappe che vi racconterò nel dettaglio nei prossimi post, in questo mi limiterò ad esporvi il programma di viaggio che ho seguito ed una descrizione della mia prima tappa.
Sono partito da Sydney con non poca tristezza in me ma la frittata appunto era stata ormai fatta e già da qualche mesetto.
Il mio aereo ha fatto uno scalo a Melbourne per poi dirigersi udite udite nientedimenochè a Denpasar, capoluogo di Bali Indonesia.
Li vi ho trascorso 5 giorni salvo poi prendere un’altro volo per Jakarta dove ho speso 3 giorni.
La tappa sucessiva è stata la supertecnologica Singapore dalla quale sono partito alla volta di kuala lumpur grazie alla Keratapi che altro non è che la ferrovia di stato malese.
Una volta a kuala lumpur, il volo per Bangkok è praticamente venuto da se, mica potevo girare l’Asia senza andare in Thailandia no?
Da lì, dopo aver passato 5 giorni all’insegna del relax targato thai, ho preso gli ultimissimi 2 voli di questo viaggio che mi hanno portato alla freddissima Francoforte prima e Verona poi, un sacco di nuovi timbri e visti sul passaporto insomma.
E’ dunque finita ma, come vi avevo promesso su questo blog ci sarà spazio per qualche altro post ancora, vi racconterò quello che ho potuto vedere dell’Asia anche se in così pochi giorni, cominciando da Bali.
Vi sono atterrato la sera del 13 e dopo aver pagato il visto di 25 dollari americani valido per trenta giorni, mi sono fatto timbrare il passaporto e controllare il bagaglio a mano (cercavano droga, controllano tutte le borse e nel caso, applicano la pena di morte per chi viene beccato in flagrante, chiunque esso sia, straniero o indonesiano non importa.
Finite queste BANALI pratiche burocratiche ed appurato che non sono un trafficante, sono andato a ritirare la mia valigia che un’uomo in divisa sorvegliava.
Un pò preoccupato ho chiesto se ci fossero problemi e la risposta è stata “We have just to ceck your sweetcase Sir”.
Nessun problema a riguardo per quanto mi riguardava ed anche ce ne fossero stati penso non avrei potuto farci nulla, così si carica la borsa a spalle e mi indica di seguirlo.
Dopo pochi metri mi rendo conto che in realtà quell’uomo in divisa mi aveva solamente accompagnato all’uscita, era un bastardissimo portantino che per fare scena e guadagnarsi una mancia aveva solamente finto di essere un’ufficiale, vabbeh, una fregatura appena arrivati ci stà, gli pago il “dovuto” e cerco l’incaricato del mio hotel, che mi attendeva già da un’oretta davanti alla porta degli arrivi.
Saliamo in macchina e partiamo, subito mi chiede se ero affamato ed alla mia risposta affermativa mi accompagna in un ristorantino di pesce dove da una vasca ho potuto scegliere quale aragosta avrebbe avuto il privilegio di condividere la tavola con me.
Fatto ciò, una avvenentissima cameriera indonesiana, mi ha condotto direttamente sulla spiaggia dove il ristorante aveva disposto i tavoli a soli 5 metri dal ritmico infrangersi delle onde sul bagnasciuga.
Ero l’unico cliente presente e perciò i camerieri hanno iniziato a sparecchiare e portare via tutti i tavoli presenti, tutti tranne il mio.
Dopo soli 10 minuti, la mia aragosta è arrivata ed io mi sono trovato a lume di candela, da solo su di una spiaggia di Bali a mangiare pesce con il solo fragore delle onde come sottofondo, devo dire che è stata un’incantevole benvenuto in Asia.
Pagato il conto di 81.000 rupie (o conchiglie, come mi piace chiamare la loro moneta) ho ritrovato l’autista dell’hotel che mi aspettava nel parcheggio e siamo ripartiti alla volta dell’albergo.
Le strade di Bali sono veramente “inquietanti”, la notte sopratutto, cani randagi ovunque, losche compagnie che si aggirano sfrecciando in 3 o 4 persone su di uno scooter e machine che agli incroci per segnalare che vanno dritto mettono le 4 frecce d’emergenza…
Ma ormai nulla mi poteva più spaventare, sono arrivato all’hotel che ormai erano le 1 di notte, l’autista mi ha aperto la camera ed ho così scoperto che per le seguenti 5 notti all’esorbitante costo di 5€ a notte compresa colazione per 2 persone (ho preso la matrimoniale), avrei dormito in una capanna in muratura con tetto in paglia sul quale allegre scimmiette si divertono a scorazzare la notte, impagabile,


per di più i miei vicini di capanna erano un Tedesco e la sua fidanzata Thailandese molto cordiali e sipatici che girano il mondo scattando foto e girando video di alberghi per conto di una rivista di turismo, lavoro molto duro devo dire ;-)
La mattina seguente, il padrone dell’hotel mi ha chiesto se avessi la patente e senza neanche voler vederla, mi ha dato le chiavi del mio mezzo di locomozione, a quel punto ho inforcato il mio potente scooter 125 della kimco e sono partito alla volta di kuta, cittadina litoranea di bali.
Durante la strada non ho potuto far altro che notare tutti i residence per turisti europei, avevano all’entrata una robusta cancellata ed una pattuglia della polizia a protezione del sito, la mia mente è volata immediatamente alla porta di compensato chiusa con un chiavistello di latta che mi garantiva tutta la sicurezza di cui avevo bisogno nella mia piccola guest house a gestione famigliare...
Guidando nel traffico ho avuto anche un’altra illuminazione, la mia prima impressione riguardo gli indonesiani è stata confermata in pieno, sono fuori come zappe, dopo quella mattinata in strada, stavo iniziando seriamente a temere per la mia incolumità, li tutti guidano senza cognizione di causa, sembrano biglie impazzite, non importa dove devono andare e quando ci devono arrivare, quello che veramente gli importa è superarti, magari suonando il lacson all’impazzata, anche il come non è importante, a sinistra, destra, scavalandoti, anche se chi ti stà davanti è un’intera famiglia su di un scooter (padre con il casco in testa, madre con il casco in testa, 2 figli di si e no 5 anni con solo un cappellino yankee in testa)…
Inutile dire che dopo 3 giorni però anch’io mi sono adeguato a quella realtà scoprendomi a fare manovre che neanche quando ero un ragazzino scemo di 16 anni in sella al mio scooter facevo (o quasi), per di più adesso ho fatto manovre "agghiaccianti" con addosso solamente il costume, le infradito ed una t-shirt...
A parte ciò comunque, i luoghi che bali propone sono qualcosa di magnifico, un mix di paesaggi da sogno, wildlife, e personaggi bizzarri che fanno cose bizzarre.
Appena usciti dalla città infatti tutto cambia, il traffico sparisce nessun fastidioso clacson nell’etere, solo risaie tutt’attorno a te, ed allora per il caldo diventava d’obbligo togliersi il casco, respirare a pieni polmoni gli aromi di fiori ed incensi che bruciavano a lato carreggiata e con lo sguardo finalmente libero, dare un po di gas, lasciare che il vento giocasse con i disordinati ciuffi di capelli avendo però l’accortezza di rallentare per lasciare attraversare le scimmiette spaventate dal “rombo” del mio motore e che fino a 10 secondi prima, cazzeggiavano in mezzo alla strada, imboccare la curva seguente e frenare di colpo per non schiantarsi contro quei 2 enormi bufali che invece non ci pensavano minimamente a smettere di cazzeggiare in mezzo alla strada nonostante al rombo de mio motore avessi aggiunto una fastidiosa strombazzata con il mio ormai fido clacson.


Ho approfittato del mio ultimo giorno sull’isola per farmi un’immersione, in fondo se non sfrutto il mio nuovo brevetto quì dove lo posso fare, sul lago di Garda?
Il prezzo era di 50 dollari americani x la prima immersione più 40 dollari per la seconda, ho dovuto rinunciare alla seconda immersione perchè il giorno seguente dovevo volare a Jakarta e non è consigliabile passare troppo tempo sott'acqua il giorno prima di un volo aereo.
Al mio rifiuto il titolare del dive club, si è alquanto sorpreso, è arrivato ad offrirmi di fare tutte e due le immersioni per 50 dollari ed al mio secondo rifiuto (non era appunto una questione di soldi), si è arreso e senza che io contrattassi per 45 dollari mi ha dato immersione, pranzo, coka cola, bottiglietta d’acqua, crema solare ed un cd con 70 fotografie e una decina di video girati in presa diretta sott’acqua, protagonista ovviamente il sottoscritto.
Ad oggi, scrivendo tutto questo, non posso non ripensare a dov’ero allora, cosa provavo, cosa stavo facendo e cosa avevo ormai già fatto nei mesi precedenti, così per un’attimo mi prende male, ripensando a quei pochi mesi quando davvero tutto era nuovo, diverso, vero, quando erano molto poche le cose negative e quando in qualche particolare giornata queste addirittura non esistevano.

E chi non viene sul blog si piglia la pillola azzurra

venerdì 9 ottobre 2009

Ancora Quì...

Vi avevo detto che vi avrei raccontato di Brisbane ed ogni promessa è debito quindi beccatevi le prossime righe senza lamentarvi =)
Sono arrivato a Brissie il giorno del mio compleanno ed il mio pensiero non poteva non andare allo stesso giorno nel 2008, quando avevo accolto i 26 anni a Barcellona assieme a Marco, Davide e la sempre mitica Andrea aggirandomi su e giù per la Rambla.


A conti fatti devo dire che la differenza rispetto all’anno scorso c’è e non risiede solo nei 365 giorni in più che ho sulle spalle ma anche al fatto che i 26 anni li ho per l’appunto festeggiati con gli amici in Spagna mentre i 27 li ho passati in compagnia di estranei su di un bus interstatale Australiano…
La cosa però non mi è pesata poi tanto (non mi piacciono troppo i compleanni, sopratutto i miei) e la giornata è trascorsa così, senza troppe emozioni, passeggiando per il magnifico quartiere di Southbank tra una spiaggia artificiale e una visita all’università.
Il giorno seguente, ho chiamato Daniela, una ragazza che mi aveva contattato dall’italia quando ero a Perth per chiedermi qualche consiglio sull’Australia e che è stata ben contenta di vedermi, abbiamo passato tutto il pomeriggio assieme a spasso per la città per poi finire la sera a cenare in un ristorante Tibetano, cucina che mancava alla mia lista di “COSE CHE HO MANGIATO CHE VENGONO DA POSTI LONTANI”.
La serata è poi continuata in compagnia sua e di Priscilla, una sua amica nonche coinquilina tra un locale e l’altro di un quartiere che assomiglia molto al mio amato kings cross di Sydney quindi strapieno di locali e caffetterie, musica e persone.
Il giorno seguente si è rivelato essere il giorno degli incontri quando dopo quasi 7 mesi ho ribeccato Daniele nel pomeriggio ed Omar e Marco la sera, tutti ragazzi che avevo conosciuto a Gennaio a Sydney appena sbarcato dall’aereo.
Dovete sapere che in Australia c’è una “regola” non scritta, questa “regola” dice che le persone si incontrano almeno 2 volte nel corso della loro villeggiatura, perchè bene o male i giri che si fanno sono più o meno quelli, bene, questa regola io, Omar, Marco e Daniele l’abbiamo infranta infatti questa è stata la terza volta che ci incontravamo e sempre per caso (Sydney – Perth – Brisbane).
Sarà stato a causa di questa nostra grave inobbedienza per “la regola” che il karma ha deciso di inviare un’enorme tempesta di sabbia proveniente dall’outback che ha coperto nel vero senso della parola mezza Australia trasformando tra gli altri anche il cielo di Brissie in un’inquietante rosso girone dell’inferno dantesco.
A questo punto sono doverose un paio di foto per farvi capire di che parlo…


Finito questo piacevole randevou con quelli che ormai posso considerare a tutti gli effetti miei amici, ho preso una decisione maturata nel corso della mia visita a Cairns e dopo aver comprato un’altro biglietto Greyhound, mi sono diretto a Byron Bay, cittadina che chi afferma che Los Angeles sia la città degli angeli, evidentemente non ha mai visto ;-)
Oltre alle innumerevoli biondine che si aggirano per le sue strade e le sue spiagge, Byron può vantare anche di essere la città più ad est d’Australia ed a 2 km dalla sua costa, c’è il punto d’incontro tra le calde correnti d’acqua provenienti da nord e quelle fredde provenienti da sud, ciò fa si che una vastissima varietà di pesci, squali e tartarughe abitino al largo delle sue coste, posto perfetto quindi per prendere il brevetto da sub giusto?
Detto fatto, mi sono iscritto a scuola ed ora la tanto agognata tesserina che mi permetterà di immergermi ovunque nel globo è in mano mia, insomma sono stato “brevettato”.
Il corso è durato 4 giorni e come al solito, mi sono ritrovato in un gruppo di madrelingua inglese ma nonostante ciò, sono riuscito a capire ciò che mi venva detto senza troppi problemi, bella li!!!
La cosa che più mi ha divertito del corso comunque è che dopo aver incontrato 3 squali in 2 giorni, l’istruttore ci ha dato un consiglio a riguardo “se uno squalo decide di attaccarvi, è impossibile sfuggirgli, il più veloce di loro è stato misurato attorno ai 70 km orari, l’importante perciò non è nuotare più veloce di lui ma bensì più veloce del sub che sta davanti a voi….” Direi che si tratta di un consiglio IMPAGABILE che vedrò di seguire alla lettera nelle mie future immersioni.
Finita anche questa cosa, ho deciso, come ad Aprile scorso, che era nuovamente il tempo di mettere la testa a posto e di cercarmi un nuovo lavoretto, ed appena 10 minuti dopo è successo l’imprevedibile, Matteo di ritorno dalla sua “vacanza” in Italia, mi ha mandato un messaggio per chiedermi se volevo lavorare con lui per il suo capo fino a Natale, è stato così che ho preso un caffè, un club sandwich ed un biglietto per il primo bus diretto verso Sydney, così eccomi di nuovo quì, nonostante avessi detto che la mia avventura nella città dell’opera house fosse finita, inizio a pensare che Sydney sia come magnetica per quanto mi riguarda, non credo riuscirò a staccarmene tanto facilmente.
Per di più, il mio amore per questa città è cresciuto ancora di più, d’altronde che direste o che fareste voi se arrivando in ostello vi dicessero che l’unico posto libero è in una camera mix da 4 e per l’appunto salendo in camera scopriste che le vostre coinquiline sono 3 francesine che per di più hanno appena finito di fare la doccia ed indossano solamente un’asciugamano? O_o
Beh, a me è uscito solamente un VIVE LA FRANCE!!!, mi sarei anche messo a cantare la Marsigliese se solo ne conoscessi le parole ehhehehehehehe.
Tornando al discorso lavoro comunque, da lunedi sarò nuovamente un membro attivo della società australiana, questo, in attesa che vengano il Natale ed il 31 dicembre da passare in spiaggia con un bicchiere di martini in una mano, una trombetta nell’altra e cappellino rosso con bordo bianco in testa.
Vabbeh, comunque a parte ciò, aspettando lunedi, mi resta qualche ora per fare un paio di considerazioni del tipo:
Chi lo avrebbe detto? Ebbene si, l’ho fatto, come avevo preannunciato, con questo mio ultimo spostamento, ho finito il loop completo d’Australia da quando in quell’ormai lontano gennaio sono partito da solo, lasciando casa, direzione antipodi.
Sarete sempre lontani dal conoscermi…
La seconda considerazione, è un pò più “ad ampio spettro” e mi suggerisce che una persona è quello che è, ciò che si è sentito, voluto, provato, sperato, sognato ed infine realizzato. Ci sono persone che non usciranno mai dalla propria vita, dalla propria routine perché non è naturale che ne escano.
Infatti, viaggiare, vedere altri paesi, stare lontano da casa per decine di giorni o magari per mesi interi, da soli ma anche in compagnia, non è per tutti ma in effetti secondo me tutti dovrebbero provare nella loro vita, se poi ti stanchi o se la cosa ti fa paura, ti puoi fermare in un posto e, se proprio neanche questo fa per te, puoi sempre tornare a casa, chi te lo impedisce?
Per altre persone invece un viaggio "lungo" potrebbe trasformarsi nel primo di una serie, prima non mi reputavo assolutamente facente parte di questo secondo gruppo ma adesso mi devo ricredere…
Buona vita a tutti
E chi non viene sul blog è il sub che sta in coda…

giovedì 24 settembre 2009

L'Isola che Non C'è...

Gli ultimi tre giorni sono stati incredibili, la località che ha visto protagonisti gli eventi che seguono è Fraser Island, immensa distesa di sabbia al largo di Harvey bay. A mente fredda ma con il cuore ancora provato mi concedo un flashback che provi per quanto sia possibile, e per quanto è nelle mie capacità, di elargire ad essi una reale accezione a possibile narrazione..
Questa nuova avventura ha avuto inizio Venerdi scorso quando dopo essere stato abbandonato dalla mia famiglia come un cagnolino, sul bordo dell’autostrada il 15 di agosto (ok ok, forse sono stato un pò troppo lirico) ho provveduto a prenotare il famoso ed imperdibile self drive tour di Fraser Island.
Ho trovato fortunatamente posto già nel primo tour disponibile così dopo aver stoccato il mio zainone ed aver messo un paio di magliette nel mio zainetto secondario, mi sono incontrato con il tour operator per ricevere un breve briefing sul modus operandi che si deve tenere sull’isola.
La cosa funziona così:
un’isola di 120 km di lunghezza x 30 km di larghezza completamente fatta di sabbia (SOLO sabbia, non ci sono ne rocce ne terra li), una jeep del 1989 con un motore immenso ma le sospensioni inesistenti e dulcis in fundo una comitiva di sprovveduti turisti che hanno l’arduo compito di girare dove e come vogliono sulla superficie dell’isola tentando di non insabbiarsi pena 1000 dollari di carro attrezzi che proverà a salvarli dalla buca nella quale saranno inevitabilmente finiti.
A questo punto viene il bello, ho dato una prima occhiata alla comitiva e mi sono accorto che era così composta, 5 ragazzi irlandesi (4 ragazze ed 1 ragazzo), 3 ragazzi di Londra, 2 tedesche (wow) ed il vostro cantastorie.
La domanda mi è sorta spontanea e non ho potuto fare altro che porla al tizio del tour,

IO: “ma come diavolo entrerano 11 persone in una sola jeep?”
Anche la risposta è arrivata altrettanto spontaneamente,
TOUR OPERATOR: “semplice, 3 davanti ed 8 dietro”
IO: “ah ok, a posto, non ci avevo pensato” …

Il briefing però non è finito quì, ci hanno dato una cartina con un’itinerario di massima che potevamo seguire come che no, ci hanno spiegato come funzionano le ridotte e le 4wd, ci hanno avvertiti sui pericoli di terra come serpenti, dingo e ragni e di mare presenti su Fraser.

TOUR OPERATOR: “se l’acqua vi arriva al ginocchio, avete il 60% di probabilità che uno squalo, una jellyfish o un serpente vi portino via la gamba, se invece l’acqua è profonda 2 mt, probabilmente vi porteranno via tutto il corpo.
IO: “ma se me ne stavo a Whiteven beach non era meglio?

La simpatica riunione è finita in bellezza quando ci hanno messo davanti ad un televisore per farci vedere spezzoni di telegiornali in cui si parlava degli innumerevoli incidenti mortali e non che avvengono ogni settimana sull’isola a causa dell’elevata velocità e delle improvise ed invisibili dune di sabbia che fanno compiere voli incredibili alle jeep che si aggirano sull’isola.
Vabbeh, fatta anche questa, alle 11:10 si parte direzione porto dove ci siamo imbarcati per la nostra meta che abbiamo raggiunto 30 minuti di navigazione più tardi.
L’isola, a dir poco SPETTACOLARE, una immense distesa di sabbia sulla quale è cresciuta una foresta fittissima nel bel mezzo della quale sono state ricavate “strade” strettissime e fatte totalmente di soffice e profonda sabbia sulle quali camminare era difficilisimo visto che si affondava di almeno 30-40 cm ad ogni passo, immaginate a doverci guidare sopra....
La nostra vecchia jeep, navigava letteralmente su quella instabile superficie, conducendoci fin da subito a mete fantastiche come il lago mcanzie o la ship wrack, posti che mai mi sarei aspettato di trovare quì.
Tutto funzionava alla perfezione, l’auto, le condizioni metereologiche, tutta quella sabbia, l’ottimo feeling tra noi nonostante la diversa provenienza e la brevissima conoscenza che avevamo l’uno dell’altro, tutto era ok, avevamo un dono, la musica e la stupidità e nessuno aveva mai avuto entrambe le cose a questi livelli.
La sera siamo giunti al campeggio che quelli del tour avevano prenotato per noi e siamo stati accolti da uno degli aborigeni che lo gestiscono, lo abbiamo visto alzarsi dalla sua sedia ed incamminarsi verso la nostra direzione per indicarci dove potevamo meterci, mai vista una persona camminare così lentamente, avrà fatto 30 mt in 10 minuti, tra me e me ho pensato "per cronometrarlo non serve l'orologio ma un calendario, anzi, se avessi un sasso, l'erosione del vento mi indicherebbe il tempo impiegato” ma provate voi a tradurre in inglese tutta questa frase...
Alfin giunto al nostro cospetto, il simpaticone ci ha indicato un dojo che sarebbe stato tutto per noi, una specie di gazebo chiuso da una rete antizanzare, con il pavimento di legno dentro al quale avremmo dormito senza neanche il bisogno di piantare le tende, bella idea, non fosse che la mattina al nostro risveglo, ci siamo resi conto che dormire con il saccoapelo sulla sabbia sarebbe stato sicuramente più comodo che dormire in un saccoapelo buttato su di un pavimento di dure assi di legno…
Salutato l’aborigeno, siamo ripartiti verso l’indian head, una conformazione che ricorda (solo agli altri, a me no) un profilo di un’indiano, dall’alto della quale è possible vedere I delfini, le tartarughe, le balene e gli squali che si aggirano lungo la costa dell’isola.
Nel pomeriggio, abbiamo deciso di cercarci un bel posto, magari isolato, dove saremmo stati solo noi così da poter piantare le tende dateci in dotazione in tutta tranquillità, nel mentre che facevamo questo, sfrecciando a 90 kmh sulla spiaggia, dei ragazzi ci hanno fatto segno di fermarci, li abbiamo accontantati ed uno di loro ci si è avvicinato trascinando uno scatolone di cartone e dicendoci che questo era il nostro giorno fortunate, era il loro ultimo pomeriggio sull’isola ed avevano avanzato 7 bottiglie di champagne che non volevano buttare così, ce le hanno regalate.
Accettato di buon grado il presente offertoci, siamo ripartiti ed abbiamo trovato il posto perfetto dove fermarci, peccato che nel frattempo fosse già sceso il buio, siamo stati così costretti a montare le tende con la sola luce dei fanali dell’auto.
La scena che si sarebbe presentata agli occhi di un’ipotetico spettatore aveva del comico, chi instaurava vere e proprie lotte con tende e picchetti, chi creava la giusta atmosfera con banjo e fuoco, chi si avvantaggiava con il cucinare e chi per volere commune di tutti i maschi presenti è stata costretta a immobilizzarsi, lontano da qualsiasi strumento tecnico o meccanico che avesse anche un minimo valore, a causa della poca destrezza di utilizzo e dell’alto rischio di danneggiamento, (la chiamano anche intrinseca propensione femminile…).
Nonostante la difficoltà data dal buio, ne è persino uscita un’eccellente cenetta a base di pasta al ragu’ (ragu’ costituito da hamburgher "smontato" e miscelato con salsa pronta di pomodoro), sempre meglio dei pranzi che abbiamo consumato in questi giorni quando a causa del poco tempo e degli scarsi mezzi a nostra disposizione, abbiamo ripiegato sui praticissimi ma sintetici noudle, quando era la fame a prevalere sul razionale.
La serata è trascorsa così in spiaggia, attorno al falò a bere champagne a canna facendo stupidi drinking games in inglese che hanno visto volar via le ore in spontanea allegria.
Un'immagine da cartolina, un momento speciale di una bellezza disarmante, uno di quei luoghi che avrei voluto condividere con gli amici di sempre per poi ricordarlo una sera al bar, vent'anni dopo… “ma ti ricordi di quella volta...."
Nostalgia canaglia!!
La stessa notte, un gruppo di dingo è venuto a far visita al nostro accampamento alla ricerca di cibo aggirandosi tra le tende annusando qua e la e ululando a 1 metro dalle nostre tende.
Fortuna ha voluto che verso le 3:30 una nuvoletta di passaggio abbia rovesciato una finissima ma bagnatissima piogerellina che per 10 minuti ha bagnato spiaggia, macchina, dingo (che si sono andati a rifugiare nella foresta per non tornare più) ma sopratutto le nostre tende che abbiamo scoperto essere di bassissima qualità e bassissima tenuta stagna, tant’è che è piovuto dentro dal “tetto”, andando a bagnare tutti i miei boxer puliti, fortuna che non avevo piu' boxer puliti, quindi anche in questo caso la sventura è stata relativa. L’ultimo giorno sull’isola, lo abbiamo passato sguazzando in un laghetto “sicuro” dell’entroterra salvo poi farci trovare alle 2 sul porto per fare ritorno alla terra ferma, più precisamente ad Hervey Bay da cui ora vi scrivo ma che domani lascerò alla volta di Brisbane ma, questa sarà un’altra storia.
Vi lascio con qualche foto e...
chi non viene sul blog avrà ancora mutande pulite alla mercè della pioggia…